La Fiorentina si illude, l’Inter rimonta

Bellissima partita tra Inter e Fiorentina a San Siro, di quelle che ormai il campionato italiano offre raramente, sempre più condizionato com’è da tatticismi esasperati, da polemiche altrettanto esasperate e da una qualità tendente sempre più al ribasso.

Bellissima partita, soprattutto per gli spettatori neutrali e per i tifosi della squadra che alla fine la vince. Meritatamente, va detto, così come meritatamente era stata in vantaggio per buona parte l’altra squadra, quella che alla fine la perde, tra gli improperi dei suoi supporters.

Una partita così dovresti essere prima di tutto contento di averla giocata, e invece la tentazione irresistibile è quella di buttare via bambino, acqua sporca e tutto quello che ti capita alle mani, non appena l’arbitro Calvarese fischia la fine e sancisce questo 4-3 che riconsegna i padroni di casa al loro ruolo annunciato di pretendenti allo scudetto cucito da ben nove stagioni sulla maglia della Juventus, e rimanda la Fiorentina ad altre occasioni ed altri esami. Con la consapevolezza che, al cospetto di quei pretendenti allo scudetto di cui sopra, i viola questo primo esame non l’hanno passato veramente per un soffio.

Il problema è stabilire da dove spiffera quel soffio, esattamente. Nel primo tempo la squadra viola gioca da stropicciarsi gli occhi, ed altrettanto fa per buona parte del secondo dopo aver incassato i due gol che momentaneamente portano in vantaggio l’Inter a cavallo dell’intervallo. Non son passati che tre minuti dall’avvio, ed i ragazzi di Iachini sono già in vantaggio grazie ad un’azione corale che mette in mostra i due pezzi migliori (finora) del mercato viola: il rientrante Biraghi (che stasera ha motivazioni particolari, e che nella circostanza mette in area uno dei cross letali che lo stanno rendendo famoso) e quel Bonaventura lungamente sognato ai tempi di Corvino e finalmente arrivato, che si trova davanti ad Handanovic grazie al rimpallo su Kouame e che all’ivoriano la restituisce sopprimendo l’istinto del killer che lo porterebbe a tirare personalmente e cedendo a quello più proficuo consistente nel mettere il compagno davanti alla porta nerazzurra spalancata.

Gran gol, grande azione, grande Fiorentina in queste prime fasi, che nei minuti successivi ha le stesse occasioni degli avversari per continuare a muovere le caselline del punteggio. I viola sono schierati più o meno come contro il Torino. Non c’è Duncan, c’è il neo acquisto Amrabat. C’è soprattutto una prestazione di squadra clamorosa per intensità e qualità (almeno fino agli ultimi undici metri), se si considera anche che l’avversario di giornata non è stavolta il problematico Torino ma quanto di meglio sulla carta offra il campionato italiano.

Contro i nerazzurri i viola se la giocano a viso aperto ed a tutto campo. L’Inter stenta ad entrare in quel suo ruolo di favorita, soprattutto psicologicamente, ma insegue il pareggio con altrettanta intensità e del resto con Antonio Conte in panchina non potrebbe essere altrimenti. L’arbitraggio non la favorisce, come è giusto che sia. Lukaku è atterrato in area, o così sembra. Rigore ed ammonizione a Caceres, ma il Var richiama Calvarese che revoca l’uno e l’altra. Tra questa decisione e la fine del tempo, la Fiorentina potrebbe, se non chiuderla, ipotecarla almeno tre volte, con Biraghi, Kouame e Milenkovic.

Subito prima che Calvarese trovi il fischietto per la fine del tempo, Lautaro trova il pareggio con una prodezza personale di quelle alla Ribery, e che Ribery oggi stenta a mostrare. Dragowski si tuffa bene ma il pallone ad effetto lo aggira. Non si può dire che l’Inter demeriti, ma la Fiorentina può ben masticare amaro.

A maggior ragione quando all’8° della ripresa lo stesso Lautaro ci riprova e questa volta viene aiutato da una deviazione sfortunata di Ceccherini che mette fuori causa il suo e nostro portiere. Nel primo tempo sembrava di poter rivedere il film di quella incredibile partita vinta qui dalla Fiorentina il primo anno di Paulo Sousa, adesso sembra di dover rivedere un film visto più spesso: la pazza Inter tante volte è andata sotto con la Fiorentina, e tante volte ha rimontato.

Ma è ancora una bella partita, ed è ancora merito condiviso anche dalla Fiorentina che si ributta in avanti con lucidità e soprattutto con la classe ritrovata di due dei suoi uomini fondamentali. Il Ribery della ripresa non è parente neanche lontano di quello della prima frazione. E’ tornato il fenomeno che conosciamo, e prima manda in porta Castrovilli al quarto d’ora. Anche il numero 10 oggi non è parente del ragazzo in ritardo di condizione visto con il Torino. Il suo affondo in area interista a tutta velocità ed il suo tiro con precisione chirurgica all’angolino sinistro di Handanovic mettono insieme una prodezza che fa il paio con quella di Lautaro. E che vale un 2-2 che gela un ‘Inter già predisposta a festeggiare la giornata.

Non è finita. Ribery ha ancora nelle gambe un altro assist ancora più splendido, e lo mette sul tavolo da gioco a vantaggio di Federico Chiesa, che a distanza di ventiquattro anni ripete il tocco sotto con cui Gabriel Batistuta eliminò proprio l’Inter qui a San Siro dalla Coppa Italia poi vinta dai viola a Bergamo. Il portiere nerazzurro sfiora ma non può nulla, mentre Chiesa corre verso una panchina viola trasformata improvvisamente in una banda di matti.

Già, la panchina. E’ il momento dei cambi. E’ il momento della verità. Le due squadre hanno corso tanto e speso ancor di più per arrivare a questi venti minuti finali in cui non possono ancora permettersi di tirare il fiato. Conte ne cambia ben cinque, con le regole post-Covid si può ancora fare. Dentro soprattutto due vecchi incursori come Vidal e Naingollan. La Fiorentina risponde con l’ex Borja Valero sperando che dia una mano a gestire il gioco, il cui ritmo tuttavia l’Inter non ha nessuna voglia di rallentare. Entrano anche Vlahovic per Kouame, Lirola per Chiesa ed infine Cutrone per un Ribery che si prenderebbe una standing ovation, se sugli spalti ci fosse qualcuno per tributargliela. La sua partita è stata davvero da Scala del Calcio, almeno per un tempo.

I cambi ottengono l’inevitabile. Il baricentro della partita arretra fatalmente verso le retrovie viola, l’Inter mette in campo tutta la sua follia agonistica, la sua disperazione, la sua paura della rabbia del suo allenatore piuttosto che di avversari che comunque con Vlahovic potrebbero chiuderla. Il serbo spreca malamente, e attiva la regola fatale del gol mancato gol subito.

Nel post gara, molti diranno che l’ha persa Iachini, che ha ripiegato verso il suo consueto difensivismo. Si potrebbe dire anche che l’ha persa chi non gli ha ancora dato – in sede di mercato – alternative valide a quelle che vanno in campo. Si può dire infine quello che non consideriamo mai volentieri: che in campo ci sono anche gli avversari.

Quelli di oggi non mollano, e approfittano di una difesa che per quanto ben assortita ed assestata nei minuti finali lascia i consueti spazi. Hakimi e Sanchez trovano all’87° gli spazi che Kouame e Bonaventura avevano trovato al 3°, e per Lukaku solo a centro area viola è un gioco da ragazzi. Anche in questo caso il portiere sfiora, ma più di quello non può fare.

Due minuti dopo, l’Inter ottiene il premio di quella sua pazzia di cui parla il suo inno. D’Ambrosio salta più in alto di tutti, e questo a difesa viola schierata è un po’ meno accettabile. L’interista è praticamente sulla linea di porta viola, e schiacciare in rete il 4-3 è ancora più facile per lui.

Finisce con una Inter in trionfo davanti ai mille di San Siro, ed una Fiorentina molto più abbacchiata di quanto si meriterebbe, pur al netto di alcuni errori che non smette mai di compiere e che finiscono spesso per compromettere nel punteggio prestazioni altrimenti ottime. Finisce con lo strascico di polemiche che non mancheranno e che trasformeranno una settimana che avrebbe potuto essere trionfale in una di discussioni anche roventi.

Il fatto è che queste partite si possono anche perdere. Tra vittoria e sconfitta c’è quel soffio di cui parlavamo prima. E trovare da che parte ha spifferato è un esercizio sempre complicato, forse più che mettere una squadra in campo a San Siro.

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