Bucciantini: “La scelta di Commisso di non esonerare Montella è figlia di una cultura sportiva diversa da..

Bucciantini

Il destino fa il fuoco con la legna che c’è: bella questa frase di Baricco, invita a scaldarsi con quello che è possibile. C’era il Cittadella e faceva anche freddo, bisognava fare qualcosa perché nessuna fiamma sale da sé, specie se Chiesa e Ribery non ci sono, e non bastava imbrogliare con la diavolina. Ci siamo scaldati: il Cittadella era nuovo negli uomini ma è “vissuto”: sa cosa fare, è rasserenato dal campionato (guida il gruppone delle seconde, due giri di pista dietro al Benevento), è ben educato da Venturato, le gambe girano e la Fiorentina ha dovuto affrontarlo con umiltà, abbassandosi compatta quando serviva, senza vergogna.

 

 

Impeti giovanili di Sottil, nel bene e nel male: ma in questi tempi statici serve questa esuberanza, anche a costo di dover poi pretendere le scuse (arrivate, bravo). La presenza di esterni puri d’attacco (lui, Ghezzal) coperti da terzini ha spostato la partita in quelle volate non sempre limpide ma li sgorgano i gol, finalizzati dal giocatore più ibrido che si ricordi, quel Benassi che è sempre stato un attaccante errante fra i centrocampisti. Palleggia con affanno, gestisce poco, del mediano ha i polmoni e la conseguente presenza (utile forse nei raddoppi di marcatura), è più bravo a orientare la corsa che la conduzione di palla, però dentro l’area si trasforma, segna qualsiasi tipo di gol, come se in quel perimetro si vestisse di panni nuovi. Perché è uomo da un tocco solo, istintivo, verso la porta dunque. Nel mezzo, nel traffico, si angoscia, a volte toglie, è difficile pensare di sacrificare un uomo per fargli posto, anche se Badelj si sta offrendo volontario. Benassi non è sempre spendibile ma 4/5 partite l’anno sa vincerle e bisogna indovinarle.

 

 

Dietro, quando manca Pezzella sembrano tutti difensori (con anche buoni interventi), ma non propriamente una “difesa”, non fanno reparto e così anche le riserve del Cittadella possono esercitarsi al tiro. Vlahovic si muove in cerca della partita, ed è atteggiamento bello, però quando la partita va da lui deve ancora imparare a trattenerla, a possederla. Castrovilli invece era così superiore agli altri da trasformare a momenti la sua partita in una esibizione di bravura, finendo talvolta “sopra” la logica del match: però è un giocatore davvero significativo.

Va bene, il legno non era umido, il fuoco si è acceso e ha fatto bene Montella a soffiare nel focolare, attizzandolo con parole perfino roboanti. Il destino non è dunque qualcosa di immobile, ineluttabile. Per controllare il fuoco sono serviti milioni di anni, e qualche evoluzione della specie: poi, è stato più semplice, si mangiava meglio e si sviluppava a meraviglia ma ancora ai tempi del Sapiens si parlava poco (ma ci si capiva).

 

 

 

Oggi abbiamo più esigenze e più occasioni. E – ci viene ripetuto da sempre – dobbiamo imparare l’inglese. Che era una possibilità per capire tanta musica quando da bambini ci facevamo ragazzi, al tempo in cui la Fiorentina di Pontello e De Sisti e Antognoni (e altri campioni autentici, compresi il capitano del Brasile e quello dell’Argentina) ci teneva nel posto che sentivamo di meritare. Imparare l’inglese era ormai una necessità degli anni universitari, quando il mondo era fra noi: l’Erasmus ci mescolava, qui e là, studenti squattrinati (come un buon libro di studio, anche quello è allenamento alla vita) ma prendere l’aereo e andare nelle capitali costava ormai come un pieno di benzina. Però serviva l’inglese. A quel tempo, Cecchi Gori si arrampicava sulla balaustra, immagine perfetta di una gloria precaria. Sembrava che tutto potesse succedere, infatti accadde (anzi, cadde: lui e noi). Ma Batistuta aveva quel fascino e quel tiro perfetti per nutrire i sogni sempiterni dei tifosi, Rui Costa sapeva di calcio e per Firenze talento, bellezza, sapienza sono il modo migliore di esistere.

 

 

 

Imparare un po’ meglio l’inglese era ormai un rimpianto quando l’afflato riformista dei Della Valle era ormai ripiegato in calcolo: arrivati nel calcio per spezzarne i vizi, sono usciti di scena dopo molte buone stagioni, via via corrotte dalla noncuranza fino all’avversione. Eppure nel setaccio restano Fantini e Riganò, eroi di anni invivibili ed esaltanti, e la piccola epopea europea di Prandelli, Toni, Mutu, e il Montella profetico, con Pizarro e Borja che sembravano la versione vissuta, sdrucita, romantica di Xavi e Iniesta, per il nostro governo rasoterra del mondo. E quell’autunno con Paulo Sousa, la squadra prima (prima!!), il gioco che filava via fra piedi senzienti e corse perfette, Bernardeschi che sembrava il David con qualche tatuaggio di troppo, ma roba nostra, giovane e forte. Ci illudemmo, mentre dall’uscio s’affacciarono Benalouane e Tino Costa, per farci capire che non era più tempo di sogni. Ce lo confermò anche Bernardeschi.

 

 

 

Avere un passato è decisivo, è un’identità che sopravvive, la memoria è una genuina forma di cultura perché tende a condividere: per questo il racconto è importante. Ma da qualche decennio, lo dicevamo, è importante anche l’inglese. È un arnese per capire e vivere meglio gli anni che ci tocca vivere e capire.

Fast, dice Commisso. Well, serious dobbiamo aggiungere noi: lui lo darebbe per scontato, ma qui niente lo è. Imparare significa “conoscere”. È uno sforzo maggiore e bellissimo. Capire una mentalità diversa: non possiamo essere affascinati dal concetto d’impresa del nuovo proprietario, imprenditore, uomo del fare (dove il guadagno personale non può superare quello della comunità dove si agisce) e poi chiedere di intervenire con i nostri mezzi da sottocultura: ritiri, esoneri, lamentele verso il palazzo e gli arbitri. Queste sono le abitudini e il frasario del nostro calcio, e le abitudini (anche ridicole) diventano costituzione solo per ripetizione delle stesse. Commisso rifiuta queste abitudini: non sono sue. C’è questo grande valore nella “piccola” vittoria di ieri sera. Il proprietario è stato “superiore” alle fragilità della Fiorentina, forse ne ha compreso le debolezze. Un mese sembrava squadra virtuosa: non c’è filo logico in un rendimento cosi diverso, ma Commisso vuole ritrovarlo, se per un pezzo di campionato le cose avevano una loro particolare forma. Chiesa è decisivo per dare senso e penetrazione, e basterebbe accettare questo per cambiare il discorso su Chiesa, anche se dovesse essere impossibile cambiare il finale della storia.

 

 

 

Commisso è qui per scrivere la sua, di storia. Non conosce quelle frasi e quelle abitudini, altrimenti non sarebbe diventato un imprenditore in quella terra lontana. Infatti dice: prendetevela con me, non con Montella. “Siamo una famiglia”, aggiunge, con il sentimentalismo che fa parte della sua retorica. Nel basket NBA, nel Football americano, nel Soccer, nel Baseball… insomma, nei loro grandi sport popolari il concetto di esonero è praticamente inesistente. La media è sotto il 5%, il Soccer (4 cambi nell’ultima stagione su 24 squadre) cerca ovviamente di peggiorare le cose, ma solitamente si attende la fine della stagione e poi si cambia. Un anno (il 2013) nell’NBA cambiarono 12 coach, tutti nella settimana successiva all’ultima partita giocata dalle squadre in questione: è vero, là non si retrocede, si può arrivare beatamente ultimi, ma la cultura è quella: si sceglie una classe dirigente, un gruppo di lavoro, si va avanti, si condividono responsabilità, si solidarizzano le perdite come gli utili, a fine stagione si fa il bilancio e non si guarda in faccia a nessuno (nemmeno ai procuratori).

 

 

È un modello serio. La serietà, alla lunga, premia. Dai problemi si esce insieme, condividendo analisi e tentativi. Mostrando ai dipendenti e agli occhi esterni compattezza, unità, senso di responsabilità. Non è una fiaba, è buonsenso, è cultura. Esonerare è un ammissione di fallimento che in questo spaccato è diventato una medicina, in un cortocircuito di senso. Esonerare è rinnegare se stessi, dare fiducia è pretendere il massimo, il meglio. Ci sembra tutto urgente, necessario: invece le urgenze sono il centro sportivo, lo stadio moderno (nuovo o ristrutturato). Abbiamo davanti un proprietario con un’agenda ideale sulle cose da fare. Non ci offre il colpevole, per non volersi discolpare, in un mondo dove alcuni presidenti cambiano allenatori come esercizio compulsivo e narcisistico del potere. Non lo confondiamo, e impariamo l’inglese: meglio tardi che mai.

 

A riportare il tutto è Fiorentina.it

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